GTA Trilogy, recensione: i classici dell’era PS2 sotto una nuova luce

Grand Theft Auto: The Trilogy – The Definitive Edition fa discutere per i bug e le modifiche non sempre riuscitissime ai giochi originali. Ma sarà davvero così male?

Paolo Sirio

Grand Theft Auto: The Trilogy – The Definitive Edition è un piccolo grande caso in rete, per una fattura che (specialmente in alcune versioni, come quelle PC e Nintendo Switch) ha deluso e tanto i fan degli originali. Molti si stanno chiedendo se sia stato il caso addirittura di rimuovere dagli store digitali i GTA III, Vice City e San Andreas classici, o far sparire le relative mod create con amore incalcolabile dai giocatori, in favore di queste riedizioni che rischiano di fare loro giustizia.

Quella della GTA Trilogy, come la chiameremo d’ora in avanti, è una recensione quantomai complicata da realizzare, perché nell’esperienza del giocatore potranno essersi verificati dei problemi tecnici che in quella del recensione potrebbero non essersi mai presentati, e viceversa. Un caso molto simile a quello di Cyberpunk 2077 poco meno di un anno fa, con l’aggravante che questi titoli esistevano già e le problematiche tecniche comparse eventualmente sono state aggiunte soltanto in un secondo momento. Ma tali problemi sono davvero così gravi? E, cosa ancora più importante, come hanno retto i tre Grand Theft Auto più amati a distanza di vent’anni? 

GTA III  —

Per tutti e tre i giochi, è il caso di valutare gli aspetti ludici da un lato, in particolare la loro resa nel 2021, e soltanto poi la realizzazione di ciascuna rimasterizzazione. Questo perché c’è un terreno comune nella maniera in cui i remaster sono stati prodotti, con un set comune di funzionalità e aggiornamenti, ma l’impatto di questo pacchetto di cambiamenti varia da titolo a titolo.

Partendo da GTA III, dove ci si sente immediatamente a casa, il primo aspetto che salta all’occhio e alla mano è costituito dai movimenti dell’auto (in cui si passa gran parte del tempo): sono un po’ “scattosi”, come se ogni variazione della direzione dovesse necessariamente chiudere un angolo prima di immettersi sul binario desiderato.

Discutendo della pura tecnica, dettagli come l’illuminazione, l’erba e l’orizzonte visivo (di cui discuteremo più avanti) sono stati oggetto di rifacimento ad un livello tale da sembrare quasi una delle prime tech demo in Unreal Engine – non a caso, il motore grafico utilizzato per il remaster. Gli sviluppatori di Grove Street Games e Rockstar Games non hanno lesinato sull’effettistica, ottenendo un look particolarmente “avveniristico” sotto questo punto di vista: nonostante le texture stirate tipiche dei remaster, è stato mantenuto quel feeling di sporco e decadente della Liberty City originale, un traguardo di non poco conto. 

Vanno registrate due sbavature, in tal senso. La prima è l’esagerazione sulla pioggia che, nel tentativo di replicare quel senso di meraviglia nel vederla scorrere sullo schermo nei primi anni Duemila, è adesso talmente forte da minare la visibilità della scena. La seconda è un missaggio audio non felicissimo nei dialoghi, e questo vale anche per Vice City e San Andreas: pure ritoccando i volumi, la resa sulle voci dei personaggi è insoddisfacente e, persino alzando il volume del televisore più che potrete, avrete difficoltà a sentirle nelle scene d’intermezzo. Sui personaggi, e questo vale per l’intera trilogia, si avverte uno stile più cartoonesco ma, salvo una o due eccezioni (che hanno spopolato sotto forma di meme), è stato svolto un lavoro soddisfacente.

In termini di performance, giocando su PlayStation 5, è possibile scegliere tra due modalità Qualità e Prestazioni, la prima a 30 fotogrammi al secondo nonché luci e ombre migliorate ulteriormente, la seconda con un frame rate sbloccato che punta ai 60fps. In entrambi i casi, su tutti e tre i giochi, con traffico e auto veloci si verificano degli scatti più o meno importanti, non sempre troppo comprensibili in considerazione del fatto che parliamo di una console di nuova generazione. Sullo specifico GTA III, visto che il gioco è particolarmente fluido di suo, non è consigliabile rinunciare ad un’immagine più piena e più calda per qualche frame in più (e per giunta con inconsistenze nella scorrevolezza). 

Quanto al gioco e a come regge nel 2021, la narrazione e il design delle missioni sono sbrigativi, e questi erano un po’ i limiti del tempo. Tali limiti stanno un po’ stretti al giorno d’oggi e rivelano il perché sia sempre piuttosto complicato approcciarsi a produzioni del passato; è anche vero, però, che avere un “loop”, ovvero un insieme di azioni richieste per mandare avanti la storia, così veloce non può dispiacere troppo, specialmente in un panorama di videogiochi open world sempre più articolato. Le missioni spesso non vengono spiegate con l’approfondimento giusto e, nell’ottica di non perdere il senso di cosa si stia facendo nel gioco, si avverte la mancanza di un diario che le riassuma, nonostante la voce “Briefing” (un log dei dialoghi recenti) fosse già abbastanza avanti per l’epoca.

Alcune delle grandi novità comuni all’intero pacchetto della GTA Trilogy hanno un impatto altalenante. L’introduzione del GPS è un toccasana perché consente di disporre di un percorso calcolato in tempo reale e mostrato sulla minimappa per seguire le missioni: qualcosa che si dà per scontato al giorno d’oggi ma che nelle edizioni dei tre giochi pubblicate finora era del tutto assente. Un piccolo neo su questo aspetto è che la linea dalla propria posizione alla destinazione non viene tracciata all’infuori delle missioni della storia e che dunque, selezionando un target sulla mappa durante l’esplorazione, bisognerà comunque procedere un po’ a tentoni.

Il nuovo sistema di mira mutuato da GTA V è un : con il puntamento libero, il mirino è troppo lento e va regolato manualmente, per quel poco che può migliorare così facendo; con il puntamento assistito, è il gioco a decidere a chi mirare e cambiare nemico è difficile, specie con sparatorie che richiederebbero una certa rapidità di mano. Inoltre, con questa opzione, non è possibile mirare alle auto né alle singole parti dei veicoli.

Vice City —

Mettendo piede a Vice City, la prima impressione è quella di un videogioco più ambizioso in termini di regia, personaggi e situazioni di gameplay, pur essendo stato l’omonimo titolo pubblicato in origine soltanto un anno dopo a GTA III. L’altra faccia della medaglia quando capitano casi del genere è che l’invecchiamento si fa sentire di più sul lungo termine. Vi siete mai lamentati di quanto sia “vecchio” il primo Super Mario? È perché quella sua semplicità da platform bidimensionale è un valore universale che resterà intatto sino alla fine dei tempi. Curiosamente, questa ambiziosità era palese e viene pagata pure sotto il profilo artistico. Rispetto al terzo capitolo, GTA Vice City è molto esposto alla luce del sole, essendo stato ambientato in una coloratissima versione fittizia della Miami degli anni ‘80, e quindi il lavorio di lifting si avverte molto di più. Allo stesso modo, il tono caricaturale, già presente nel gioco originale, è qui ulteriormente accentuato e un buon esempio di ciò è la morbidezza del volto del “nuovo” Tommy Vercetti rispetto a quello dell’era PS2. Sono le proporzioni dei personaggi, soprattutto dei loro arti, e delle architetture della città a spiccare, per non dire a stonare.

Qui entra in gioco l’orizzonte visivo ampliato. Approfittando della maggiore potenza di calcolo a disposizione, gli sviluppatori hanno rimosso la nebbia che permetteva al gioco per PlayStation 2 di caricare con molta calma, vista la penuria di memoria della console, le diverse porzioni della mappa. Questa tecnica tipica dell’epoca non trova più spazio nel gaming moderno, e ciò comporta una notizia buona e una cattiva: la buona è che l’immagine è adesso molto più pulita e definita, mentre quella cattiva è che ciò che veniva nascosto dalla nebbia – comprese le dimensioni nient’affatto enormi della città, come la fantasia dell’utente lo portava ad immaginare – è sotto gli occhi di tutti.

I risultati non sono sempre piacevoli, a San Andreas come (specialmente) a Vice City, dove a volte si ha la sensazione soffocante di girare in una versione in miniatura della città del tempo. Rispetto a Grand Theft Auto III, in questo caso è più consigliabile la modalità Prestazioni perché, in quanto gioco relativamente “diurno”, ha senso guadagnare qualche fotogramma al secondo se la ripassata di luci e ombre è meno evidente. Tuttavia, è il caso di prepararsi pure stavolta ad inconsistenze nelle prestazioni non gravissime ma di certo non rare.

Quanto alla resa nel 2021, riprendere GTA Vice City in questo momento può avere un valore d’intrattenimento limitato al pari del predecessore, per via degli avanzamenti tecnici e narrativi degli ultimi vent’anni. Tuttavia, l’esperienza della rimasterizzazione conferisce un’idea abbastanza chiara di quello che è stato, ovvero un titolo d’altri tempi, che celebra la libertà e la sensualità degli anni ‘80 nei modi più inaspettati (un passante che rivolge un apprezzamento molto spinto ad una donna, ad esempio, e lei che risponde a tono). E con comportamenti dell’intelligenza artificiale sempre sorprendenti: si può vedere personaggi che litigano, si prendono a pugni, si rubano l’auto e si investono tra di loro, il tutto con una dinamicità rara persino oggi. 

GTA San Andreas —

Inevitabilmente, essendo l’ultimo arrivato della trilogia, GTA San Andreas è l’esponente del pacchetto rimasterizzato con la maggiore dignità ludica oggigiorno, quello che vi divertirete a giocare come se stesse mettendo mano ad una nuova uscita o quasi. Probabile che si entri nei gusti personali su questo aspetto: l’avventura di CJ nella Los Angeles di Rockstar Games non ha i ricordi di Grand Theft Auto III o lo stile rosato di Vice City, ma ha diversi aspetti che adesso la rendono tuttora estremamente valida.

Qui appare la loro componente ruolistica con parametri come il rispetto, l’abilità alla guida e con le armi che, al tempo, arricchirono enormemente l’esperienza rapida e indolore dei predecessori (e che saranno la base del serioso GTA IV, venendo poi spuntate da GTA V dopo il feedback per il quarto capitolo e affidate ad un GTA Online ormai gioco di ruolo online). Quello che permise al titolo di spiccare e restare nella memoria rispetto agli altri episodi, però, è quel senso di appartenenza ad un gruppo molto diverso dalle logiche che avevano condotto la serie fino ad allora: prima c’era una persona sola che veniva mandata a destra e a manca a risolvere tutti i problemi, in San Andreas invece sei in una gang e ti leghi, nel concreto ed emotivamente, alle vicende dei suoi componenti.

Questa ambizione viene accompagnata dai tempi narrativi e ludici delle produzioni moderne, comprendendo dialoghi più strutturati, scene più lunghe, missioni più articolate e variegate. Grazie a questo passo più lento, persino i miglioramenti allo shooting si avvertono maggiormente e, per quanto la meccanica resti non ideale, sparare qui ha più senso che nei rifacimenti di III e Vice City.

Visivamente, San Andreas soffre di un’immagine un po’ bruciata, guardando verso il cielo, e questo è nel complesso il risultato del tentativo di rendere il cielo arancione del tramonto di L.A. Una sfida molto dura che ha restituito risultati tutto sommato godibili ma anche una visione più stirata e squadrata, e “accesa” come non lo era nell’originale. Inoltre, i modelli di alcuni personaggi hanno arti deformati, recuperando uno stile già in partenza più cartoonesco ma prestando così il fianco ai tantissimi meme che stanno affollando la rete (tra volti dai lineamenti asciugati e semplificati, fino a braccia lunghe e ondulate per ragioni misteriose).

Conclusioni —

GTA Trilogy, o ufficialmente Grand Theft Auto: The Trilogy – The Definitive Edition, è qualcosa di più di una semplice rimasterizzazione di quelle cui siamo stati abituati nell’era dell’HD, dove il mercato veniva ingolfato di “rescale” (conversioni che si limitavano ad alzare la risoluzione dell’immagine e poco più). Questo vale sia visivamente, con la precisazione che su PlayStation 5 è capitato di incappare in un solo riavvio dell’applicazione e in nessuno dei tanti bug di cui avrete sentito; sia con l’introduzione di miglioramenti alla qualità della vita che paiono cosa da poco ma sono fondamentali per una corretta fruizione oggi, come la possibilità di riavviare una missione al volo dopo il game over e il GPS.

Permangono due aspetti da tenere in considerazione. Il primo è che gli interventi estetici non sono tutti riusciti allo stesso modo, al di là della fragilità del codice di gioco al lancio, anche grazie alla peculiarità della direzione artistica degli originali, molto difficile da rendere sulle macchine moderne. Il secondo è che non si può parlare certo di “remake” né di videogiochi da godersi come se fossero usciti oggi per la prima volta, in quanto il design di queste riproposizioni è rimasto quello (un po’ vetusto) dell’epoca.

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